SENTENZA 16 aprile 2012, n.107 – Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie

CORTE COSTITUZIONALE

SENTENZA 16 aprile 2012, n.107

Giudizio di legittimita’ costituzionale in via incidentale.

 – Assistenza – Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati  da  complicanze  di  tipo  irreversibile  a  causa  di vaccinazioni obbligatorie

Omessa inclusione,  fra  i  destinatari della provvidenza, dei soggetti  che  abbiano  subito  lesioni  e/o infermita’,   da   cui   siano   derivati    danni    irreversibili all’integrita’ psico-fisica, per essersi sottoposti a vaccinazione, non  obbligatoria  ma  raccomandata,  contro   morbillo,   rosolia, parotite  (MPR)  –  Violazione  del  principio  solidaristico,  del principio di eguaglianza in relazione ai  soggetti  danneggiati  da vaccinazioni  obbligatorie,  lesione  del  diritto  alla  salute  – Illegittimita’ costituzionale, in parte qua. – Legge 25 febbrai 1992, n. 210, art. 1, comma 1. – Costituzione, artt. 2, 3 e 32.

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

Presidente: Alfonso QUARANTA;

Giudici : Franco GALLO, Luigi  MAZZELLA,  Gaetano  SILVESTRI,  Sabino

  CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe  FRIGO,

  Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo  CAROSI,

  Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI,

ha pronunciato la seguente

 

Sentenza nel giudizio di legittimita’ costituzionale dell’articolo 1, comma 1, della legge 25  febbraio  1992,  n.  210  (Indennizzo  a  favore  dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa  di vaccinazioni  obbligatorie,   trasfusioni   e   somministrazione   di emoderivati),  promosso  dal  Tribunale  ordinario  di  Ancona,   nel procedimento vertente tra C. P. e L. E., nella qualita’  di  genitori di L.G., e il Ministero del lavoro, della salute  e  delle  politiche sociali e la Regione Marche, con  ordinanza  del  21  dicembre  2010, iscritta al n. 214 del registro ordinanze  2011  e  pubblicata  nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica  n.  44,  prima  serie  speciale, dell’anno 2011.

Udito nella camera di consiglio  del  7  marzo  2012  il  Giudice relatore Paolo Grossi.

 

Ritenuto in fatto

 

1.- Con ordinanza del 21 dicembre 2010, il Tribunale ordinario di Ancona ha sollevato, in riferimento agli articoli 2,  3  e  32  della Costituzione, questione di legittimita’ costituzionale  dell’articolo 1, comma 1, della legge 25 febbraio 1992, n. 210 (Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di  vaccinazioni  obbligatorie,  trasfusioni  e  somministrazione  di emoderivati),  «nella  parte  in  cui  non  prevede  che  il  diritto all’indennizzo, istituito e  regolato  dalla  stessa  legge  ed  alle condizioni ivi previste, spetti anche ai soggetti che abbiano  subito lesioni e/o infermita’, da cui  siano  derivati  danni  irreversibili all’integrita’ psico-fisica, per essersi sottoposti  a  vaccinazione, non obbligatoria ma raccomandata, contro il morbillo, la rosolia e la parotite».

Premette il giudice  a  quo  di  essere  stato  investito,  quale giudice del  lavoro,  da  un  ricorso  −  per  ottenere  l’indennizzo previsto dalla disposizione denunciata − proposto dai genitori di una minore la quale, a seguito di vaccinazione contro morbillo, rosolia e parotite (MPR; vaccino “Morupar”, poi ritirato dal commercio,  appena pochi giorni dopo  la  somministrazione,  nella  vicenda  di  cui  e’ causa), aveva riportato  −  secondo  quanto  accertato  all’esito  di C.T.U. − una necrolisi epidermica tossica con trombosi  venosa  della femorale iliaca sx, con postumi («esiti di intervento di drenaggio di ascesso in fossa iliaca – regione inguinale sx in quadro di infezione delle pelvi con linfadenite reattiva secondaria  ad  artrite  settica con persistenza di ostruzione della vena femorale comune  ed  iliaca, estrinsecantesi  con  edema  dell’arto  inferiore  sx   rispetto   al controlaterale dx con plus di cm 2  alla  coscia  alla  sura  che  si estende al piede») ritenuti  ascrivibili  alla  VII  categoria  della tabella A annessa al  decreto  del  Presidente  della  Repubblica  30 dicembre 1981, n. 834 (Definitivo  riordinamento  delle  pensioni  di guerra, in attuazione della delega prevista dall’art. 1  della  legge 23 settembre 1981, n. 533).

Rileva,  al  riguardo,  il  giudice  rimettente  che  la  domanda proposta dalla parte ricorrente non puo’  trovare  accoglimento  alla luce del quadro normativo vigente, dal momento che, pur tenendo conto delle decisioni di illegittimita’ costituzionale di cui alle sentenze

  1. 27 del 1998 e n. 423 del 2000 − con le  quali  venne  esteso  il diritto  all’indennizzo  per   quanti   si   fossero   sottoposti   a vaccinazione antipolio o contro l’epatite B nel periodo antecedente a quello in cui tali vaccinazioni,  pur  se  gia’  raccomandate,  erano divenute  obbligatorie  −,  i  relativi  dicta  non  possono  trovare applicazione nel caso di specie. Tali  sentenze,  infatti,  integrano ipotesi di  pronunce  additive  per  omissione  (e  non  additive  di principio)  che  operano   soltanto   entro   gli   stretti   confini dell’oggetto specifico individuato dal relativo dispositivo:  dunque, con effetti circoscritti  alle  sole  previsioni  delle  vaccinazioni antipolio e antiepatite di tipo B. Da qui l’esigenza di sollevare, in riferimento all’ipotesi di specie, il relativo dubbio di legittimità’ costituzionale,   non   essendo   praticabile   una   interpretazione adeguatrice nei sensi auspicati dalla parte ricorrente, anche  se  in tal senso  si  sono  espresse  alcune  pronunce  di  merito.  Approdo ermeneutico, quest’ultimo, peraltro contrastato dalla  giurisprudenza di legittimita’, la  quale,  evocando  la  natura  assistenziale  del beneficio in parola, quale forma di solidarieta’ sociale, impone  una applicazione rigorosa della norma stessa. Al riguardo, il giudice a quo sottolinea come la legge n. 210 del 1992 abbia introdotto una tutela in chiave solidaristica in favore di soggetti danneggiati  da  vaccinazioni  obbligatorie,  trasfusioni  o somministrazioni di emoderivati o a  seguito  di  attivita’  di  cura promosse o gestite dallo Stato per la tutela della  salute  pubblica, in ossequio ai principi tracciati da questa Corte nella  sentenza  n. 307 del  1990,  ove  si  e’  evidenziata  l’esigenza  del  necessario bilanciamento  tra  il  valore  individuale   della   salute   e   la solidarieta’ tra individuo e collettivita’, che sarebbe alla base del trattamento obbligatorio. Pertanto, «in difetto  di  una  prestazione indennitaria, il soggetto danneggiato sarebbe costretto a sopportare, da solo, tutte le conseguenze negative di  un  trattamento  sanitario effettuato  non  solo   nell’interesse   dell’individuo,   ma   anche dell’intera  societa’».  In  tale  alveo  si  collocano,  dunque,  le ricordate pronunce di questa Corte (n. 27 del 1998 e 423 del 2000), a fondamento delle quali – come ricorda il rimettente  –  fu  posto  il rilievo secondo cui differenziare il  trattamento  tra  quanti  hanno subito la vaccinazione per imposizione di legge e quanti vi  si  sono sottoposti aderendo ad un appello alla collaborazione ad un programma sanitario, «si  risolverebbe  in  una  patente  irrazionalita’  della legge. Essa riserverebbe, infatti, a coloro che sono stati indotti  a tenere  un  comportamento  di  utilita’  generale  per   ragioni   di solidarieta’ sociale un trattamento deteriore rispetto a  quello  che vale a favore di quanti hanno agito in forza della  minaccia  di  una sanzione».

A  proposito  della  rilevanza  della   questione,   il   giudice rimettente osserva come risulti nella specie accertata −  e  comunque non contestata ex adverso − la sussistenza del  nesso  di  causalità’ tra la vaccinazione praticata alla figlia dei ricorrenti  e  i  danni alla  integrita’  fisica  della   stessa;   cosi’   come   ugualmente documentata  e  non  controversa  appare  la   circostanza   che   la vaccinazione contro morbillo-parotite-rosolia abbia  formato  oggetto di una intensa campagna di sensibilizzazione,  come  attestato  dalle circolari ministeriali e dai vari atti amministrativi  analiticamente passati in rassegna dal giudice rimettente. La domanda di indennizzo, infine, e’ stata presentata entro i termini di legge. Sulla non manifesta  infondatezza  della  questione,  il  giudice rimettente puntualizza come la funzione della legge n. 210  del  1992 debba  essere  ricercata  essenzialmente  nella  esigenza   di   dare attuazione  a  diritti  inviolabili  dell’uomo  sanciti  dalla  Carta fondamentale:  segnatamente,   dall’art.   2,   in   riferimento   al diritto-dovere di solidarieta’ sociale; dall’art. 3, sotto il profilo del riconoscimento a tutti di pari opportunita’;  dall’art.  32,  che tutela il diritto alla salute. Rievocati, poi, i principi  che  hanno costituito il nucleo delle predette sentenze n. 27 del 1998 e n.  423 del  2000,  il   rimettente   sottolinea   come   la   giurisprudenza costituzionale − viene richiamata, in particolare, la sentenza n. 226 del  2000  −  si  e’  attestata  nel   reputare   che   la   «ragione giustificativa  dell’indennizzo   debba   rinvenirsi   nella   tutela dell’interesse alla promozione della salute  collettiva  –  che  può’ venire assunto ad oggetto di un obbligo  legale  o  di  una  pubblica politica di diffusione – e non gia’ e non tanto  nell’obbligatorietà’ in quanto tale del trattamento, che costituisce mero strumento per il perseguimento di siffatto interesse generale».

L’indennizzo previsto dalla  normativa  censurata  presenterebbe, dunque,  una  ratio  correlata  alla  esigenza   di   attribuire   al solidaristico  intervento  della  collettivita’  l’approntamento   di rimedi a fronte dei danni subiti dall’individuo per sottoporsi ad  un trattamento sanitario rivelatosi  dannoso  e  praticato  a  beneficio della stessa collettivita’. Nel conflitto tra  interesse  individuale del singolo alla tutela della  sua  salute  e  tutela  dell’interesse collettivo della salute come bene della comunita’,  il  principio  di solidarieta’,  se,  da  un  lato,  puo’  far  prevalere   l’interesse collettivo  su  quello  individuale,  dall’altro  lato   «impone   di prevedere una riparazione adeguata per  quanti  abbiano  ricevuto  un danno alla salute nell’adempiere i medesimi  doveri  di  solidarietà’ che  fondano  il  diritto  all’indennizzo».   Tale   riparazione   si imporrebbe,  dunque,   anche   nell’ipotesi   di   vaccinazione   non obbligatoria,   ma   «ampiamente   caldeggiata   dalle    istituzioni sanitarie», giacche’, altrimenti, «si finirebbe con il sacrificare il contenuto minimo del diritto alla salute di quanti sono stati indotti alla vaccinazione da ragioni di solidarieta’ sociale».

Nel caso di specie, il giudice a quo sottolinea come i ricorrenti si siano determinati alla vaccinazione «per la  tutela  della  salute non solo della  figlia,  ma  anche  di  quella  altrui,  in  rapporto all’elevato rischio di contagio, in eta’ scolare e prescolare; per il coinvolgimento delle strutture pubbliche  nelle  fasi  del  controllo farmacologico,   della   somministrazione   e   della    propaganda».

Considerato, pertanto, che la vaccinazione  e’  stata  effettuata  in vista  di  un  beneficio  di  carattere  generale,  «con  conseguente compressione del diritto alla salute  della  figlia  minore  in  nome della solidarieta’ verso gli altri», e’ ragionevole che debba  essere la collettivita’ stessa ad assumere  i  relativi  costi.  La  mancata estensione dell’indennizzo risulterebbe, quindi, per tali ragioni, in contrasto con l’art. 2 Cost.

Il vuoto di tutela innanzi censurato violerebbe  anche  l’art.  3 Cost., per la irrazionale disparita’ di  trattamento  fra  situazioni assimilabili. Si e’, infatti, gia’ evidenziata − segnala il giudice a quo  −  la  comparabilita’  tra  l’evento  dannoso  scaturito  da  un trattamento  obbligatorio  rispetto  a   quello   conseguito   a   un trattamento  sanitario  raccomandato,  sempre  nell’interesse   della collettivita’: «lo Stato non puo’  ignorare  o  limitare  la  propria responsabilita’ oggettiva nei confronti dei cittadini,  per  lo  più’ bambini, danneggiati da trattamenti scientificamente  gravati  da  un rischio di effetti collaterali, piu’ o meno gravi e permanenti,  dopo averne consigliato il trattamento sanitario». Rievocando ancora una volta i dicta delle richiamate pronunce  di questa Corte,  il  giudice  a  quo  ulteriormente  e  conclusivamente segnala come «in difetto di un equo ristoro in  favore  del  soggetto passivo  del   trattamento   sanitario   raccomandato,   si   avrebbe l’irrazionale risultato di concedere  l’indennizzo  a  coloro  i  cui genitori hanno adottato un comportamento di utilita’ generale  dietro la minaccia della sanzione e di negarlo, per contro, a coloro  i  cui genitori  hanno  fatto  ricorso  alla  vaccinazione  per  ragioni  di solidarieta’ sociale». Sussisterebbe, inoltre, un  ulteriore  profilo di irrazionalita’ della norma impugnata, dal momento che essa estende i benefici anche a fattispecie di trattamenti non obbligatori,  quale quello di cui al comma  4  dello  stesso  art.  1,  ove  e’  previsto l’indennizzo anche in caso di  vaccinazione  effettuata  «per  potere accedere ad uno Stato estero».  Evenienza,  questa,  che  non  appare ragionevolmente giustificare un  diverso  trattamento  rispetto  alla vaccinazione raccomandata  ed  effettuata  per  ragioni  di  utilità’ sociale, visto che il viaggio all’estero puo’ dipendere da ragioni di mero piacere.

Si denuncia, infine, violazione  anche  dell’art.  32  Cost.,  in quanto   la   norma   oggetto   di   censura   vanificherebbe   senza giustificazione il diritto alla  salute  dei  soggetti  vaccinati,  i quali, «accettando la vaccinazione in nome  della  solidarieta’»  nei confronti dei consociati, hanno subito un  danno  irreversibile  alla loro salute «per un beneficio atteso dall’intera collettivita’».

 

Considerato in diritto

 

1.- Il Tribunale ordinario di Ancona ha sollevato, in riferimento agli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione, questione di legittimità’ costituzionale dell’articolo 1, comma  1,  della  legge  23  febbraio 1992, n.  210  (Indennizzo  a  favore  dei  soggetti  danneggiati  da complicanze  di  tipo   irreversibile   a   causa   di   vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati),  «nella parte in cui non prevede che il diritto all’indennizzo,  istituito  e regolato dalla stessa legge ed alle condizioni ivi  previste,  spetti anche ai soggetti che abbiano subito lesioni e/o infermita’,  da  cui siano derivati danni irreversibili all’integrita’  psico-fisica,  per essersi sottoposti a vaccinazione, non obbligatoria ma  raccomandata, contro il morbillo, la rosolia e la parotite».

Il Tribunale rimettente espone di essere chiamato a pronunciarsi, quale giudice del lavoro, sul ricorso − per ottenere l’indennizzo  di cui alla disposizione denunciata  −  proposto  dai  genitori  di  una bambina   la   quale,   a   seguito   della    vaccinazione    contro morbillo-parotite-rosolia (MPR), praticata mediante  un  vaccino  poi ritirato dal commercio pochi giorni dopo la  somministrazione,  aveva subito gravi patologie, ritenute ascrivibili alla VII categoria della
tabella A) annessa al decreto  del  Presidente  della  Repubblica  30 dicembre 1981, n. 834 (Definitivo  riordinamento  delle  pensioni  di guerra, in attuazione della delega prevista dall’art. 1  della  legge 23  settembre  1981,  n.  533).  La   vaccinazione,   ancorche’   non obbligatoria  −  e,  dunque,  non  suscettibile  di  dar  luogo,  ove generatrice delle complicanze previste  dalla  normativa  denunciata, all’indennizzo  ivi  previsto  −  si  presentava,  pero’,  fortemente incentivata dalle pubbliche autorita’, avendo essa formato oggetto di una intensa campagna di sensibilizzazione, attestata da numerosi atti emanati a  tale  riguardo  dalla  pubblica  amministrazione.  Sicché’ verrebbero in  luce  gli  stessi  principi  in  forza  dei  quali  la giurisprudenza di questa Corte ha ritenuto  estensibile  l’indennizzo previsto dalla normativa oggetto di censura in favore di categorie di persone le quali avevano  subito  danni  a  seguito  di  vaccinazioni effettuate in un periodo in cui queste non erano ancora obbligatorie, ma solo raccomandate. Il tutto − ha soggiunto il giudice a quo  −  in funzione  di  un  adeguato  risalto   da   annettere   al   principio solidaristico, in ragione  del  quale  la  collettivita’  deve  farsi carico, attraverso uno specifico indennizzo,  dei  danni  subiti  dal singolo, ove questi si sottoponga  ad  un  trattamento  sanitario  in vista della tutela della  salute,  non  solo  individuale,  ma anche collettiva.
Da qui, anzitutto, la denunciata violazione  dell’art.  2  Cost., risultando priva di coerenza una normativa che non ricomprenda tra  i fruitori del beneficio quanti, come la figlia dei ricorrenti, abbiano riportato menomazioni irreversibili per effetto di  vaccinazioni  che siano state  oggetto  di  una  politica  sanitaria  incentivante  per esigenze di tutela della salute della intera collettivita’,  come  si e’ dimostrato essere la vaccinazione contro il morbillo, la  parotite e la rosolia. Risulterebbe anche violato l’art. 3 Cost.,  in  quanto, in difetto di un equo ristoro in  favore  del  soggetto  passivo  del trattamento  sanitario   raccomandato,   si   avrebbe   l’irrazionale risultato di concedere l’indennizzo a coloro  i  cui  genitori  hanno adottato un comportamento di utilita’ generale dietro la minaccia  di una sanzione e di negarlo, per contro, a coloro i cui genitori  hanno fatto  ricorso  alla  vaccinazione  per  ragioni   di   solidarietà’. Compromesso sarebbe, infine, anche l’art. 32 Cost., dal  momento  che verrebbe ad essere ingiustificatamente  vanificata  la  garanzia  del diritto alla salute dei soggetti vaccinati  i  quali,  accettando  la vaccinazione in nome della solidarieta’ verso gli altri e dei vincoli che li saldano alla collettivita’, si siano trovati a subire un danno irreversibile alla loro salute per un  beneficio  atteso  dall’intera collettivita’.

2.- La questione e’ fondata.

3.- In tema di vaccinazioni obbligatorie  o  raccomandate,  e  di diritto  all’indennizzo  per  danni  alla  salute   a   seguito   del trattamento praticato, questa Corte ha avuto modo di  affermare,  sin dalla  sentenza  n.  307  del  1990  −  pronunciata  in  materia   di vaccinazione antipoliomielitica per i bambini entro il primo anno  di vita, all’epoca prevista come obbligatoria − che «la legge impositiva di un trattamento sanitario non e’ incompatibile con l’art. 32  Cost. se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o  preservare  lo stato di salute di chi vi e’ assoggettato, ma anche a  preservare  lo stato di salute degli  altri,  giacche’  e’  proprio  tale  ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse  della  collettivita’,  a giustificare la compressione di quella  autodeterminazione  dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla  salute  in  quanto  diritto fondamentale».

Ma se «il rilievo  costituzionale  della  salute  come  interesse della collettivita’» − si soggiunse − esige che, «in nome di esso,  e quindi della solidarieta’ verso  gli  altri,  ciascuno  possa  essere obbligato,   restando   cosi’   legittimamente   limitata   la    sua autodeterminazione, a un dato trattamento sanitario, anche se  questo importi  un  rischio  specifico»,  tuttavia  esso  «non  postula   il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute  degli altri».  Ne  deriva  che  «un  corretto  bilanciamento  fra  le   due suindicate dimensioni del valore della salute − e lo  stesso  spirito di solidarieta’ (da ritenere ovviamente reciproca)  fra  individuo  e collettivita’  che  sta  a  base  dell’imposizione  del   trattamento sanitario − implica il riconoscimento, per il caso che il rischio  si avveri, di una protezione ulteriore a favore del soggetto passivo del trattamento. In particolare finirebbe  con  l’essere  sacrificato  il contenuto minimale proprio del diritto alla salute a  lui  garantito, se non gli fosse comunque assicurato, a carico della collettivita’, e per essa dello Stato che  dispone  il  trattamento  obbligatorio,  il rimedio di un equo ristoro del danno patito».

La richiamata pronuncia costitui’, come e’ noto, la base  su  cui venne, poco dopo, approvata la legge n. 210  del  1992  (si  veda  la relazione al progetto di legge n. 4964  presentato  alla  Camera  dei deputati il 12 luglio 1990 e confluito, assieme ad  altre  iniziative parlamentari,  nei  lavori  preparatori  della   legge   in   esame), risultando poi progressivamente acquisita  −  sul  fermo  presupposto che, in ogni caso,  la  vaccinazione  non  sia  «configurabile  quale trattamento coattivo» (sentenza n.  132  del  1992)  −  non  solo  la stretta correlazione, nella «disciplina costituzionale della salute», tra  diritto  fondamentale  dell’individuo   (lato   «individuale   e soggettivo») e interesse della intera collettivita’ (lato «sociale  e oggettivo») (sentenza n.  118  del  1996);  quanto,  soprattutto,  la necessita’ che, ove i valori  in  questione  vengano  a  trovarsi  in frizione,  l’assunzione  dei  rischi,  relativi  a   un   trattamento “sacrificante” della liberta’ individuale, venga  ricondotta  ad  una dimensione di tipo solidaristico.

Ponendosi, inoltre, nella prospettiva  di  individuare  la  ratio della provvidenza indennitaria in ogni situazione in cui  il  singolo abbia esposto a rischio  la  propria  salute  per  la  tutela  di  un interesse collettivo, si e’ in seguito affermato che dagli artt. 2  e 32 Cost. deriva l’obbligo, simmetricamente configurato in  capo  alla stessa collettivita’, «di condividere, come  e’  possibile,  il  peso delle eventuali conseguenze negative» (sentenza n. 27 del  1998).  Se ne  e’  fatto  conseguire  che  non  vi  e’,   dunque,   ragione   di differenziare il caso in cui «il trattamento  sanitario  sia  imposto per legge» da quello «in cui esso sia, in base a una legge,  promosso dalla pubblica autorita’ in  vista  della  sua  diffusione  capillare nella societa’; il caso in cui si annulla  la  libera  determinazione individuale attraverso la comminazione di una sanzione, da quello  in cui si fa appello alla collaborazione dei singoli a un  programma  di politica sanitaria». «Una differenziazione − si e’  precisato  −  che negasse  il  diritto  all’indennizzo  in  questo  secondo   caso   si risolverebbe  in  una  patente  irrazionalita’  della   legge.   Essa riserverebbe infatti a coloro che sono  stati  indotti  a  tenere  un comportamento  di  utilita’  generale  per  ragioni  di  solidarietà’ sociale un trattamento deteriore rispetto a quello che vale a  favore di quanti hanno agito in forza di minaccia di sanzione» (sentenza  n. 27 del 1998).

Ne e’, in sintesi, derivato  che  «la  ragione  determinante  del diritto all’indennizzo» e’ «l’interesse collettivo alla salute» e non «l’obbligatorieta’ in  quanto  tale  del  trattamento,  la  quale  e’ semplicemente strumento per il perseguimento di  tale  interesse»;  e che lo  stesso  interesse  e’  fondamento  dell’obbligo  generale  di solidarieta’ nei confronti di quanti, sottoponendosi al  trattamento, vengano a soffrire di un pregiudizio (sentenze n. 226 e  n.  423  del 2000).

4.- Su queste basi, si puo’ osservare, piu’ in dettaglio, che, senella  profilassi  delle  malattie  infettive  appaiono  decisive  le attivita’ di prevenzione, dirette a  scongiurare  e  a  contenere  il pericolo del contagio, e’ in ogni caso decisivo  il  rilievo  assunto dalle  campagne  di  sensibilizzazione  da  parte  delle   competenti autorita’ pubbliche allo scopo di raggiungere e rendere partecipe  la piu’ ampia fascia di popolazione. In questa prospettiva − nella quale e’ perfino difficile delimitare con esattezza uno  spazio  “pubblico” di valutazioni e di deliberazioni  (come  imputabili  a  un  soggetto collettivo)  rispetto  a  uno  “privato”  di  scelte   (come   invece imputabili a semplici individui) − i  diversi  attori  finiscono  per realizzare  un  interesse  obiettivo  −  quello  della   piu’   ampia immunizzazione   dal   rischio   di   contrarre   la    malattia    − indipendentemente da una loro specifica volonta’  di  collaborare:  e resta  del  tutto  irrilevante,   o   indifferente,   che   l’effetto cooperativo sia riconducibile, dal  lato  attivo,  a  un  obbligo  o, piuttosto, a una persuasione o anche, dal lato  passivo,  all’intento di evitare una sanzione o, piuttosto, di aderire a un invito. In presenza di diffuse e reiterate campagne  di  comunicazione  a favore della pratica di vaccinazioni e’,  infatti,  naturale  che  si sviluppi un generale clima di “affidamento” nei confronti proprio  di quanto “raccomandato”: cio’ che rende la scelta adesiva dei  singoli, al di la’ delle loro particolari e specifiche motivazioni, di per se’ obiettivamente  votata   alla   salvaguardia   anche   dell’interesse collettivo.

Corrispondentemente a questa sorta di  cooperazione  involontaria nella   cura   di   un   interesse   obiettivamente   comune,   ossia autenticamente  pubblico,  apparira’  naturale   reputare   che   tra collettivita’  e  individui  si  stabiliscano  vincoli   propriamente solidali, nel senso − soprattutto −  che  le  vicende  delle  singole persone non possano che essere riguardate anche sotto una prospettiva “integrale”, vale  a  dire  riferita  all’intera  comunita’:  con  la conseguenza, tra le altre, che, al verificarsi di eventi avversi e di complicanze di tipo permanente a causa di vaccinazioni effettuate nei limiti e secondo le forme  di  cui  alle  previste  procedure,  debba essere, per l’appunto, la collettivita’  ad  accollarsi  l’onere  del pregiudizio individuale piuttosto che non  i  singoli  danneggiati  a sopportare il costo del beneficio collettivo.

Sul piano dei valori garantiti,  in  Costituzione,  dall’art.  2, nonche’ dall’art. 32, lo sfumare, in altri termini, del rilievo delle motivazioni strettamente soggettive (che possano aver  indotto  verso le  scelte  imposte  o  auspicate   dall’amministrazione   sanitaria) giustifica la  traslazione  in  capo  alla  collettivita’  (anch’essa obiettivamente favorita  da  quelle  scelte)  degli  effetti  dannosi eventualmente conseguenti.

In un contesto di  irrinunciabile  solidarieta’,  del  resto,  la misura indennitaria appare per se stessa destinata  non  tanto,  come quella risarcitoria, a riparare un danno ingiusto, quanto piuttosto a compensare il sacrificio individuale  ritenuto  corrispondente  a  un vantaggio  collettivo:  sarebbe,  infatti,   irragionevole   che   la collettivita’ possa, tramite gli organi competenti, imporre  o  anche solo sollecitare comportamenti diretti alla protezione  della  salute pubblica senza che essa poi non debba reciprocamente rispondere delle conseguenze pregiudizievoli per la  salute  di  coloro  che  si  sono uniformati. In un quadro di riferimento quale quello  accennato,  e’  agevole avvedersi   di   come   la   pratica   della   vaccinazione    contro morbillo-parotite-rosolia  abbia  formato  oggetto,  da  piu’  di  un decennio, di insistite ed ampie  campagne,  anche  straordinarie,  di informazione e raccomandazione da  parte  delle  pubbliche  autorità’ sanitarie, nelle loro massime istanze (con distribuzione di materiale informativo specifico sia tra gli operatori sanitari  sia  presso  la popolazione); al punto che,  nel  sito  informatico  ufficiale  dello stesso Ministero della salute, tra  le  «vaccinazioni  raccomandate», compare tuttora quella in questione, in linea con  le  determinazioni di cui gia’ al decreto ministeriale 7 aprile 1999  (Nuovo  calendario delle vaccinazioni obbligatorie e raccomandate per l’eta’ evolutiva), alla circolare n. 12 del 13 luglio 1999 (Controllo ed eliminazione di morbillo, parotite e rosolia attraverso la  vaccinazione),  al  Piano nazionale per l’eliminazione del morbillo e della  rosolia  congenita (approvato, per il periodo 2003-2007, dalla Conferenza  Stato-Regioni nella seduta del 13 novembre 2003 e ora, per  il  periodo  2010-2015, con  Intesa  Stato-Regioni  del  23  marzo  2011)  nonche’  al  Piano nazionale vaccini (aggiornamento 2005). La ricognizione operata,  sul punto,  dallo  stesso  giudice  rimettente  deve  ritenersi  pertanto esaustiva ai fini della dimostrazione dell’assunto secondo  il  quale la pratica in questione, pur non essendo  obbligatoria  ex  lege,  si inserisce in quel filone di protocolli sanitari per i  quali  l’opera di sensibilizzazione, informazione e  convincimento  delle  pubbliche autorita’ − in linea, peraltro,  con  i  «progetti  di  informazione» previsti all’art. 7 della stessa legge n. 210  del  1992  e  affidati alle  unita’  sanitarie  locali  «ai  fini  della  prevenzione  delle complicanze  causate  da  vaccinazioni»  e  comunque  allo  scopo  di «assicurare una corretta informazione sull’uso di  vaccini»  −  viene reputata piu’ adeguata e rispondente alle finalita’ di  tutela  della salute pubblica rispetto alle vaccinazioni obbligatorie.

 

Per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

 

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo  1,  comma 1, della legge 25 febbraio 1992, n.  210  (Indennizzo  a  favore  dei

soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa  di vaccinazioni  obbligatorie,   trasfusioni   e   somministrazione   di emoderivati), nella parte  in  cui  non  prevede  il  diritto  ad  un indennizzo, alle condizioni  e  nei  modi  stabiliti  dalla  medesima legge, nei confronti di coloro i quali abbiano subito le  conseguenze previste dallo stesso articolo 1, comma 1, a seguito di  vaccinazione contro il morbillo, la parotite e la rosolia. Cosi’ deciso in Roma,  nella  sede  della  Corte  costituzionale, Palazzo della Consulta, il 16 aprile 2012.

 

Il Presidente: Quaranta

 

 

Il Redattore: Grossi

 

 

Il Cancelliere: Melatti

 

Depositata in Cancelleria il 26 aprile 2012.

 

Il direttore della cancelleria: Melatti

 

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