Muore per una infezione dopo l’intervento, indagini sul reparto

Le scarse condizioni igienico-sanitarie in sala operatoria: potrebbero essere queste le cause alla base del decesso di una donna in un ospedale di Cosenza. Un caso di presunta malasanità su cui la Procura calabrese ha deciso di vederci chiaro, lavorando sul dossier redatto dai periti del Tribunale nel novembre del 2016 che potrebbe far luce sulla morte di una 55enne che durante un’operazione avrebbe contratto un’infezione da stafilococco aureo.

Nel fascicolo di cento pagine consegnato alla Procura di Cosenza, viene riportata anche la sofferenza a cui la povera donna è stata sottoposta: l’infezione – stando a quanto riportato nelle carte – le ha provocato una trombosi e un’embolia polmonare determinandone la morte. Per venti giorni inoltre, nonostante la paziente lamentasse malori e le analisi del sangue certificassero il suo stato, i professionisti dell’Ospedale di Cosenza non hanno ritenuto opportuno somministrarle alcun tipo di terapia antibiotica. Solo nel momento in cui, a causa dell’eccessivo accumulo di pus, la ferita si è riaperta imponendo la necessità di un nuovo intervento chirurgico, i medici hanno iniziato a lavorare per curare la propria paziente. Probabilmente però, come scrivono i tecnici, se la donna fosse stata sottoposta ad adeguata terapia farmacologica avrebbe avuto l’80% in più di probabilità di sopravvivere. La presenza del batterio, risultato letale per la cinquantacinquenne, sarebbe stata inoltre riscontrata dai carabinieri lo scorso autunno nell’intervento che portò al sequestro di quasi la metà delle sale operatorie dell’Annunziata.

Sette, su diciassette totali, furono infatti dichiarate inagibili a causa di gravissime carenze igienico – sanitarie e per la pessima gestione del ciclo sporco – pulito. Alla luce delle ‘cento pagine’ stilate dai periti – riportate anche degli articoli della cronaca locale – i legali difensori dell’ennesima presunta vittima della malasanità cosentina, sembrerebbero emergere “tutte le condotte omissive e violatrici della normativa vigente poste in essere dai medici, ma anche tutti quei comportamenti posti in essere dai vertici generali ed amministrativi della struttura ospedaliera per inidonea organizzazione e diretta violazione della sicurezza nella erogazione delle cure“. Responsabilità che da sette anni i sanitari e dirigenti dell’Annunziata continuano a negare. Eppure era stato lo stesso Comitato per il Controllo delle Infezioni Ospedaliere interno all’Ospedale di Cosenza dal 2011 a segnalare il pericoloso aumento di stafilococco aureo nei punti più ‘critici’ della struttura. Non è da escludere che il fascicolo possa essere acquisito a supporto del procedimento penale in corso per la violazione delle norme sulla sicurezza pubblica, igiene e sanità nella gestione delle sale operatorie, dell’obitorio e dell’area di stoccaggio dei rifiuti speciali. Ad ‘rischiare’ la condanna per omicidio colposo non sarebbero quindi solo i sanitari che hanno avuto in cura la donna, ma anche i vertici amministrativi ed organizzativi dell’Ospedale di Cosenza.

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