Infezioni ospedaliere, Italia tra gli ultimi posti della classifica europea

Con sei infezioni ospedaliere ogni 100 ricoverati, l’Italia è tra gli ultimi posti Europa nella classifica sui contagi in corsia. La ricerca che relega il Paese in coda  assieme ad altri del continente europeo è stata stilata dalle società scientifiche e rivelata dall’agenzia Adnkronos. Non l’unica nazione dunque a far parte di questa poco lusinghiera hit della malasanità e del disservizio nei confronti degli ammalati. In Italia si muore più per le infezioni contratte in ospedale che per gli incidenti stradali. Anche perché nel Belpaese sono “più cattivi”, rispetto agli altri Paesi, “ovvero resistenti ai farmaci anche 10 volte di più rispetto ai Paesi più virtuosi – scrive l’agenzia di stampa – Le differenze regionali (come in molti altri settori della sanità) sono notevoli: difficile avere dati precisi ma le stime variano dal 5% al 10% di ricoverati contagiati, con diverse Regioni che non rilevano nemmeno i dati. Manca, inoltre una strategia nazionale per il controllo delle infezioni ospedaliere e dell’antibioticoresistenza” si legge ancora nell’articolo.

Ecco perché il ministro della Salute Beatrice Lorenzin corre ai ripari, annunciando un piano ad hoc che a breve dovrebbe colmare le distanze con i Paesi dove la sanità è una eccellenza anche dal punto di vista igienico-sanitario e le infezioni registrate sono minori rispetto ai paesi che fanno compagnia all’Italia nei bassifondi della classifica.“Un provvedimento ad ampio spettro che affronta innanzitutto il tema della messa in sicurezza degli ospedali, dei meccanismi di igienizzazione anche con ausili innovativi, oltre che il rispetto delle regole base come lavarsi le mani” spiega Lorenzin. Nel documento anche “una attenzione maggiore alla diagnostica rapida”, aggiunge all’Adnkronos Salute Stefania Stefani che ha collaborato in rappresentanza della Società italiana di microbiologia (Sim).

Misura che arriva dopo l’ennesimo avvertimenti di Bruxelles. Sono stati in primis i solleciti dell’Unione Europea, che chiede allItalia di ridurre il gap con gli altri Paesi, a far scattare il piano del Ministero della Salute. Un fenomeno, quello delle infezioni ospedaliere, che a livello mondiale fa registrare 700 mila decessi ogni anno: trend tristemente in crescita, che nei prossimi 25-30 anni potrebbe arrivare, a livello mondiale, a 9 milioni.

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La situazione italiana, definita “a macchia di leopardo”, con regioni virtuose ed altre meno, è particolarmente allarmante, se si considera che ogni anno le infezioni ospedaliere causano più vittime degli incidenti stradali. Sono  4.500-7.000 i decessi contro 3.419 vittime della strada (dati 2015), secondo quanto rivelato dalla ricerca realizzata da Francesco Saverio Mennini, Research Director Ceis Economic Evaluation and HTA, Università di Roma Tor Vergata. Stando allo studio, ogni anno circa il 5-8% dei pazienti ricoverati contragga un’infezione ospedaliera, dunque circa 450-700 mila casi, dovuti soprattutto a infezioni urinarie, della ferita chirurgica, polmoniti e sepsi. Con costi anche economici non indifferenti: per ogni infezione ospedaliera si stimano circa 9.000-10.500 euro, per una media che sfiora i 70 milioni di euro all’anno.

Infezioni ospedaliere, ecco i batteri “più cattivi”

Tra i batteri più ‘cattivi’, Klebsiella pneumoniae, multiresistente: dal 2012 al 2015 è passata dal 29% al 35 % per quanto riguarda la resistenza ai carbapenemi. La media è dell’8,1% in Europa. Tre volte in meno. E si arriva a 10 volte se si considerano i Paesi più virtuosi. Per lo stafilococco aureo, in controtendenza, la resistenza è passata dal 45% al 34%. “Sembra un buon risultato, ma anche in questo caso la media europea è più bassa, arriva al 16%”.

Nei reparti dei nosocomi in cui si registrano maggiori criticità, ed in cui si fa largo uso di antibiotici, ci sono dei microrganismi resistenti al farmaco d’elezione che dovrebbe debellarlo, tanto che oggi si stima che il 16% delle infezioni nosocomiali sia causato da batteri ‘resistenti’, il che rende più complesso il trattamento e la guarigione.

Il problema però è a monte: in Italia, ad oggi, non esiste un sistema di sorveglianza nazionale, perché nel nostro Paese non ci sono ancora sistemi di rilevazione attiva dei dati con personale dedicati ma sono stati condotti numerosi studi multicentrici di prevalenza. Proprio per far fronte a questa situazione sarà predisposto un piano ministeriale contro le infezioni ospedaliere e valutato da un gruppo ministeriale che sarà costituito per valutare le strategie di contrasto all’antibiotico resistenza.

“Finalmente il nostro Paese – ha detto Gaetano Privitera, presidente della Società italiana multidisciplinare per la prevenzione delle infezioni nelle organizzazioni sanitarie (Simpios) – potrà avere quadro normativo nazionale di riferimento su questi temi. Le ultime circolari in materia datavano 1985 e 1997. Alcune indicazioni erano già presenti nel Piano prevenzione. Ma non era abbastanza, considerando che la situazione italiana è la peggiore a livello europeo”.

“I professionisti aspettavano da tempo norme di riferimento per riavvicinarci agli standard europei più elevati, in alcune realtà già raggiunti ma serve uniformità e tutela sull’intero territorio”. In Italia, conclude Privitera, “le percentuali di infezioni ospedaliere sono nella media, intorno al 6%. Ma le infezioni sono più gravi e più a rischio di esiti letali, ci sono più sepsi e infezioni del sangue. C’è un maggior numero di infezioni legate ai cateteri vascolari, non correttamente applicati. Un paziente su due in ospedale riceve almeno un antibiotico, un consumo non giustificato per circa il 50% dei casi”.

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